Alice, 24 anni.
"La mia è una storia piuttosto banale, ma ho lottato tanto per renderla speciale.
La mia fervida immaginazione tingeva il mondo di rosa ed anche le cose più brutte diventavano ai miei occhi interessanti. Nel mio cuore ci sarebbe dovuto essere solo rancore, rabbia, odio, poi magari indifferenza e, invece, c'era solo tanta confusione e la voglia di tornare indietro e continuare a cercare quello che secondo lui non esiste: l'amore. Che significa amare? Soffrire prima, soffrire durante, soffrire poi?
Il suo odio, il suo rancore me lo sentivo riversato addosso con rabbia e lo accettavo come una colpa da espiare...mi ha picchiata. Pensavo che, se un uomo l'avesse fatto, lo avrei disprezzato e lasciato ed, invece, credevo di meritarmi tutto ciò. Quella sera non l'ho fermato, l'ho sfidato! Pensavo che dopo avermi picchiata si sarebbe calmato ed avrebbe provato vergogna e rimorso. Ma, anche questa volta, ho sbagliato. Mi ha picchiata ancora e poi ancora e poi ancora..."
Il delitto è un assassinio, un misfatto, una colpa, un errore, è un reato che lo Stato punisce.
Molti reati non vengono denunciati, perché non sono considerati tali. Pensiamo alla violenza psicologica, ai ricatti morali, alle telefonate anonime. Quanti di noi denuncerebbero un corteggiatore respinto, che tutte le sere si "apposta"sotto casa nostra per spiarci, o una madre che ci impedisce di uscire o di scegliere di andare via di casa, perché ha paura di rimanere sola e non vuole essere abbandonata?
Esistono delitti nascosti, di cui pochi si occupano. Sono nascosti nell'intimità delle mura domestiche, celati dalla nostra stessa omertà. Sono i "delitti affettivi", i delitti commessi dalle persone che amiamo, contro le persone che amiamo.
Spesso si parla di amori infelici, di amori non corrisposti, anche tra genitori e figli.
Ma cosa significa innamorarsi? Aggredire o soffrire, tormentare o subire, decidere o rinunciare?
Nel nome dell'amore dominiamo e ci sottomettiamo, ma in ogni caso morire o uccidere per amore è quasi legittimo.
Valenti sostiene che un delitto è sempre determinato dall'odio, tranne in un caso, quando si uccide la persona amata. Dal momento in cui lo sguardo si posa sulla vittima, fino all'uccisione, l'unico sentimento che trapela è l'amore.
Un amore che è stato respinto, tradito o sciupato da continui litigi ed incomprensioni, ma che si può continuare a controllare e conservare solo attraverso la sua morte.
Ma in questo caso si può parlare d'amore? La differenza tra sofferenza e piacere, tra gioia e dolore, tra morte e vita, diventa sfumata.
Quando pensiamo alla violenza, subito ci vengono in mente episodi clamorosi, crudeli (i delitti della mafia, la violenza dello sconosciuto), ma rimaniamo veramente sconcertati solo quando l'autore del crimine è legato da un sentimento di amicizia o di amore con la vittima, quando c'è un vincolo indissolubile tra due persone che si vogliono bene o se ne dovrebbero volere, che sono inserite in una famiglia "normale", in un ambiente sociale "normale". Allibiti ci chiediamo come sia possibile uccidere una madre, una fidanzata, un amico, un figlio. Ecco che davanti ad eventi così imprevedibili ed anomali si scatena, nella gente, un'angoscia primordiale, che, per placarsi ha bisogno di trovare dei colpevoli, che devono essere "cattivi". Possibilmente extracomunitari. Le informazioni imprecise o mancanti date dai mass-media possono accrescere i sentimenti razzisti. Proiettando su di un capro espiatorio il nostro odio, la nostra angoscia interna tentiamo di negare che il delitto è commesso da persone che "sembrano" uguali a noi, che i "mostri" abitano nelle nostre case, dormono nel nostro letto.
"Io e Aldo stavamo sempre a casa, non vedevamo mai nessuno. A lui non piaceva neppure che aprissi le finestre.
Passavamo le giornate a guardare la TV e a mangiare. Mangiavamo cose incredibili, da far rivoltare lo stomaco…...siamo ingrassati a dismisura. Era quello che lui voleva, un alibi, l'ennesimo, per non uscire di casa.
Per non farmi uscire di casa.
Dopo un po' di tempo pesavo 82 chili. A quel punto ha cominciato a dirmi: "sei così bella, immagina come saresti se fossi magra! Ho cominciato a non mangiare, volevo piacergli a tutti i costi … sono dimagrita… l' ho fatto per lui.
Quando ho iniziato a rifiutare il cibo, ha cominciato a costringermi a mangiare. A picchiarmi per farmi mangiare. A ficcarmi cibo in bocca fino a farmi vomitare…..A dirmi che quelle magre a lui non sono mai piaciute… Nonostante tutto mi sembrava che si stesse instaurando proprio una bella cosa fra noi". (Katia, 25 anni)
Il termine violenza deriva dal latino "vis", forza, ed è strettamente legata al concetto di assalire, violare, trasgredire. Secondo Canestrari, "l'aggressività è una reazione alla frustrazione, che tende alla distruzione, all'allontanamento o a mettere comunque in difficoltà la persona o l'oggetto che è avvertito come causa di frustrazione" Accanto ad un'aggressività violenta, che è condannata dalla nostra cultura, ne esiste un'altra mascherata, attenuata e socialmente ammessa, come dimostra questa storia. Siamo portati a pensare che la violenza sia solo quella fisica, percosse, lesioni, ed a volte quella verbale, ma solo se appare come un'ingiuria.
Pochi sanno che è aggressivo anche chi proibisce senza comandare, chi controlla, dando l'impressione di fidarsi, chi non dà affetto, senza negarlo.
Il no è violenza, il silenzio è violenza, la solitudine è violenza.
Esiste una violenza silenziosa, di cui spesso non sono consapevoli neanche gli attori che recitano la tragedia. E' una realtà segreta fatta di continue mortificazioni, di ricatti morali che crea un legame sottile con l'aggressore difficile da rompere e da accettare, perché è "normale". Sono delle violenze che fanno sentire in colpa perché celate da una trappola, quella del sacrificio amoroso da ripagare. Ogni iniziativa, ogni scelta, è fatta sentire come crudele ingratitudine ("Dopo tutto quello che ho fatto per te..."), come lacerazione insanabile.
Nel 15,2%, dietro ai delitti c'è una storia di violenza durata anni.
Come si può resistere tanto tempo con un aggressore? In molti casi, tra vittima e carnefice, si instaura una sorta di braccio di ferro, una lotta alla ricerca del più forte, di colui che resiste di più. C'è un alternarsi di periodi tranquilli e periodi di conflitto. Ci sono momenti, in cui l'aggressore (il compagno, il padre, il figlio) sembra pentirsi e la vittima, di nuovo considerata come una persona, spera che qualche cosa possa di nuovo funzionare, che il suo amore riesce a cambiare le cose.
Ma d'improvviso, ecco che una nuova scintilla innesca la miccia del maltrattamento. Si entra così in un vortice da cui è troppo difficile uscire perché troppo doloroso accettare che esista.
E' difficile accettare che tuo padre, tuo marito, tuo fratello, cioè le persone a cui hai voluto e vuoi bene, quelle che dovrebbero aiutarti e proteggere sono le stesse che ti fanno soffrire. Se sei vittima ti senti anche complice di chi ti fa del male.
Ultimamente, forse a causa dei dolorosi fatti di cronaca che sono accaduti nel nostro paese, i mass media hanno posto l'accento, in modo anche morboso sul delitti familiare e hanno parlato di delitto passionale, per indicare un crimine in cui il movente preponderante è l'amore (il marito geloso che uccide il rivale, il corteggiatore respinto che si butta da una finestra), e hanno utilizzato il termine raptus quando il delitto appare illogico, non razionale, improvviso e spesso dovuto alla pazzia. Spesso i termini sono usati indistintamente.
In realtà esistono delle differenze, entrambi i tipi di delitto possono avere come MOVENTE l'amore, ciò che li contraddistingue è lo stato affettivo (l'emozione o la passione) che è alla loro base.
Che differenza c'è tra questi due delitti?
Il delitto emotivo è scatenato dall'incontrollata scarica nervosa di un uragano psicologico momentaneo ed imprevisto, dall'esplosione più o meno cosciente di un "raptus" dovuto allo shock della visione.
Il delitto passionale è, invece, determinato dalla passione, da una lunga serie di pensieri, a volte accompagnati da una preparazione che potrebbe farlo sembrare premeditato, da una lenta maturazione che corrode ogni stimolo antagonista (Altavilla). A volte il gesto criminale può sembrare sproporzionato rispetto all'offesa subita, in realtà il soggetto ha "ruminato" a lungo sul suo dolore e sulla sua condizione e basta un piccolo segnale per scatenare la sua aggressività, quasi come se fosse in attesa di un'occasione per esplodere. Ciò che distingue questo delitto da quello emotivo è la progressiva corrosione della volontà, una concentrazione affettiva che paralizza i poteri di critica e di controllo e che assorbe tutta la vita di un individuo. L'offesa al proprio onore, il tradimento del partner provocano un dolore travolgente dovuto non soltanto all'orgoglio ferito o all'egoismo, ma soprattutto alla perdita dell'amore ed al senso di abbandono.
Entrambi sono dei delitti che noi abbiamo definito affettivi, perché esiste un legame affettivo tra la vittima e l'aggressore, non sempre rappresentato dall'amore, a volte anche dall'amicizia.
L'84% dei delitti denunciati dalla cronaca sono di tipo passionale. Abbiamo classificato con il termine passionale tutti i delitti in cui abbiamo postulato l'esistenza di un pensiero ricorrente che si è trasformato in azione (gelosia eccessiva, violenza continua), non solo quando c'era una premeditazione. La premeditazione si riferisce al piano dell'azione (gli appostamenti, i pedinamenti per scoprire tutti i movimenti della vittima, la scelta dell'arma...), la passionalità al livello del pensiero.
L'odio non nasce in un giorno di fine inverno, ma cresce e si alimenta attimo dopo attimo, minuto dopo minuto, ora dopo ora, il delitto matura tra l'indifferenza della gente.
Anche se la gelosia è un movente (15%), insieme con l'abbandono, reale o simbolico, in realtà quasi tutti i delitti sono legati alla rabbia ed alla vendetta. Esiste un accumulo di tensione interna, di rabbia che cerca disperatamente un modo per scaricarsi. Il delitto rappresenta una valvola di sfogo, un urlo per farsi ascoltare da chi non capisce o non ha la pazienza di voler capire. Pensiamo ai casi di omicidi in cui la vittima è uccisa con trenta, quaranta coltellate. La banalità della causa scatenante è solo la scintilla, nel momento in cui l'assassino inizia ad affondare il coltello, sembra voler scaricare tutta la sua frustrazione, l'impotenza che è cresciuta dentro di lui. Il suo gesto è comunicativo e simbolico. E' come se dicesse "ti uccido per questo e per questo e per questo...".
A volte è difficile trovare delle spiegazioni razionali alla violenza, in alcuni casi non sembra esserci un movente evidente o se c'è sembra sproporzionato alla tragedia ed a volte è ignoto persino agli stessi autori. Ma nessuno uccide senza un motivo. Quelli che agli occhi di uno spettatore possono sembrare dei motivi sciocchi o futili, hanno in realtà sempre un senso. Forse soltanto nella patologia mentale i delitti possono apparire irrazionali, ma probabilmente anche qui c'è una logica, anche se chi osserva dall' esterno non la riesce a vedere.
Chi uccide perde il controllo di sè. Nel caso di un delitto emotivo probabilmente sì, quando, invece, si tratta di un delitto passionale si manifesta un particolare tipo di coscienza, perché il delitto è il momento in cui un desiderio tanto agognato diventa realtà e la lucidità ci deve essere per poter godere tutta la scena.
Non c'è però momentanea follia, non c'è droga, che possa indurre a massacrare le persone a cui vuoi bene. Siamo portati a pensare che i nostri sentimenti siano lineari (o amiamo o odiamo), in realtà sono una mescolanza di opposti, il Male è il punto più profondo del Bene.
Esistono dei sentimenti ambigui, disagi profondi di cui nessuno si accorge che si alimentano per anni e poi esplodono all'improvviso.
C'è un'eccessiva sensibilità che ci sfugge e che si nasconde nella solitudine delle nostre case tranquille e normali. Siamo tanti piccoli mondi separati, pieni di problemi, insicurezze, paure che muoviamo nello spazio dell'universo sfiorandoci , senza, però, mai incontrarci.
I crimini orrendi, che molto spesso riempiono le pagine dei nostri giornali e che sembrano casi sporadici e diventano oggetto di dibattiti e discussione, devono essere per noi un'opportunità per iniziare ad interrogarci. Cosa c'è prima di un delitto? Esistono dei segnali per capire, oppure sono dei reati improvvisi?
Come già abbiamo detto esistono delle violenze che non si vedono, come la violenza psicologica, i maltrattamenti e che possono essere gli antecedenti di alcuni comportamenti più violenti, ma non sempre è così. Non è detto che un'ingiuria può portare allo schiaffo, un pugno ad una coltellata. L'aggressività, che è insita nella natura umana e che nella maggior parte dei casi ci aiuta a crescere, deve essere distinta dalla violenza.
In ognuno di noi c'è un IO ideale, a cui tendiamo. E' un progetto, un sogno, è la capacità di immaginare il futuro. Se non c'è una mediazione della razionalità trasferiamo nell'azione direttamente il nostro pensiero.
I ragazzi, gli uomini della nostra società sono dei piccoli eroi incompiuti che non sono stati educati al sacrificio. Vogliono realizzarsi nel presente, i loro bisogni sono pressanti ed urgenti. La televisione ha portato la guerra nelle nostre dimore, internet ci ha messo in relazione con milioni di menti che cercano risposte alle loro domande. Basta un clic e tutto diventa realtà. E', però, una realtà fittizia, non ha il calore della verità.
Cosa significa volere tutto e subito? Vuol dire perdere la capacità di soffrire. I sogni per essere realizzati hanno bisogno di costruzione, impegno, fatica. Viviamo, invece attanagliati dalla dimensione del presente, quella che dà soddisfazioni immediate. E' come se mancasse il dopo, è come non percepire la prospettiva del futuro. Se non c'è la sensazione di poter vivere il domani, è impossibile creare un progetto, aspettare, emozionarci nell'attesa, immaginare, desiderare.
Proviamo a chiudere gli occhi ed a concentrarci...Abbiamo un sogno nel cassetto? Forse sì, magari vorremmo che il ragazzo di cui siamo follemente innamorati si accorgesse di noi, o che il nostro datore di lavoro ci promuovesse, o che la moto, che tante volte abbiamo visto sulla copertina dei giornali, diventasse nostra. Cosa facciamo affinché i nostri sogni diventino realtà? La cosa più semplice, cerchiamo di realizzarli subito, senza lasciarci cullare dalla felicità di avere una speranza. Il ragazzo innamorato dei nostri giorni non gioca con gli sguardi, non compra dei fiori, ma chiede immediatamente alla sua donna di dimostrargli il suo amore. Non assapora la sofferenza, non coltiva la tensione che si accumula pian piano in lui, ma pretende di avere tutto subito.
Il pensiero è direttamente trasformato in azione. E' come far crescere una pianta con i fertilizzanti, senza curarla, innaffiarla. Il frutto sarà grande e maturo, ma non "sano".
Così il cassetto delle speranze viene svuotato, ma non riempito dalle emozioni.
La violenza è la conseguenza della frustrazione di noi stessi, della nostra creatività, della noia che si è impadronita delle nostre vite. L'aggressività è un modo per gridare il nostro disagio, per urlare il nostro bisogno di comunicazione, per chiedere aiuto. Chi risponde con rabbia e violenza restituisce quella stessa aggressività che gli è stata inferta sotto forma di maltrattamento, di abbandono, di soffocamento, di iperprotezione, di messaggi contraddittori o semplicemente incomprensioni.
Il dolore si concretizza in azione attraverso la distruzione, l'offesa, il dominio.
L'innamorato respinto, il figlio che non riceve le attenzione del genitore spesso non riesce a controllare l'universo di emozioni che lo agitano, non si ferma ad ascoltare se stesso e trasforma il suo pensiero ("Io ti odio") in azione. E' come se la ragione fosse in qualche modo sopita e non riescisse a mediare tra il desiderio e la realtà. A tutti sarà capitato di sognare di fare del male a qualcuno. E', però, soltanto un'idea. Perché possa trasformarsi in azione sono necessari due elementi: il piacere, che fa desiderare che un sogno diventi realtà e la volontà di compiere un gesto che forse agli occhi di tutti potrà sembrare folle ed assurdo.
La volontà di uccidere qualcuno è diffusa ed insita in tutti noi, ma normalmente non viene attuata perché ci sono dei freni inibitori, come la vergogna e la paura della punizione sociale, che ci costringono a sembrare "buoni", ad agire da "persone oneste".
Nei delitti emotivi, invece, manca la rappresentazione mentale del reato, sono dei gesti meccanici, privi di volontarietà.
In questo mondo che sta cambiando alla velocità della luce, in alcuni casi l'idea si trasforma in atto senza che ce ne rendiamo conto. Gli psicologi parlano di acting out, cioè di azioni impulsive, che sono spesso auto o etero-aggressive.
Se un ragazzo picchia la madre, se un figlio scappa di casa per punire i genitori dobbiamo interrogarci sul perché sceglie questa forma di protesta e non un'altra.
L'ambiente sociale, familiare e le predisposizioni e le esperienze personali influiscono sul nostro modo di agire. Non dobbiamo, però, creare falsi miti e psicosi.
Ci sono delle spie che possono farci capire che esistono dei disagi profondi, sono degli atti di ribellione all'interno delle nostre famiglie normali, che devono essere contenuti e compresi. Non mi riferisco solo agli atti che di solito si definiscono "devianti", ma a dei comportamenti più vicini alla realtà quotidiana, i disturbi alimentari (anoressia, bulimia), le dipendenze (droga, alcool) i problemi scolastici.
Bisogna imparare ad interpretare il silenzio, imparare ad ascoltare, imparare a comunicare.
PER SAPERNE DI PIU'
PASCA DEBORA (2001). Il reato. In Cozzolino M., 2001, Il peggior nemico. Storie di amori difficili, Armando Editore , Roma.
SOS PSICOLOGIA 06/8411518 : Servizio telefonico di consulenza, informazione e sostegno psicologico e sessuologico.
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